A tu per tu con Emanuele Urbani

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 Buongiorno, Emanuele. Dura per un triestino ambientarsi al caldo trapanese…

“Effettivamente fa veramente tanto caldo rispetto al clima al quale ero abituato io. Ma secondo me è una cosa che ci aiuta”.

In che senso?

“Intendo dire che abituandoci ad allenamenti con questa temperatura e questa umidità alla fine probabilmente saremo più in forma di tutte le altre squadre. Si soffre, ma si lavora ugualmente ed alla fine sarà un vantaggio per noi”.

Bene, ci sembra lo spirito giusto. Ora raccontaci qualcosa di te e dell’Emanuele Urbani giocatore.

“Questa a Trapani è la mia esperienza lontano da casa. Sono cresciuto a Trieste e non mi ero mai mosso da lì fino a quest’anno. All’inizio giocavo nell’Azzurra Trieste, poi mi sono trasferito alla Pallacanestro Trieste, dove ho completato il settore giovanile ed ho iniziato a giocare in prima squadra, in B1. Nelle ultime partite ho conquistato stabilmente la convocazione. Ricordo come fosse ieri i playoff ed in particolare la gara 5 di finale contro Chieti, durante la quale mi sono ritrovato a giocare alcuni minuti in un palazzetto stracolmo. Alla fine l’abbiamo spuntata e siamo stati promossi. Non dimenticherò mai quell’emozione”.

E dopo è arrivata l’Adecco Gold…

“Esatto, per due anni, con la stessa società. Adesso, per la prima volta, cambio aria (sorride, ndr). Ma resto innamorato della mia terra”.

Sei un triestino un po’ atipico, però. Sentivamo dire che abiti in un paese che si chiama Prosecco, e sei anche astemio. Che stranezza.

“E’ vero (ride fragorosamente, ndr). Diciamo che dalle mie parti vanno di moda le “Osmize”, ossia delle case agricole tipiche che producono vino e cibo in proprio, dove i prodotti si consumano anche. Anzi, diciamo che spesso si va in questi posti per divertirsi. Io vado lo stesso perché adoro gli affettati e la cucina friulana casereccia, ma i miei amici mi prendono spesso in giro perché non bevo. In fondo va bene così, questa peculiarità non si addice molto ad un triestino ma è perfetta per uno sportivo”.

Senza dubbio. Il tuo soprannome è “Pube” vero? Cosa vuol dire, si può rivelare?

“A dire il vero sembra strano, ma non lo so neanche io. E’ stato il mio ex compagno Michele Ruzzier, oggi a Venezia, a chiamarmi un giorno dell’anno scorso in questo modo e mi è rimasto. Non ho mai capito da cosa sia nato. La cosa buffa è che questo nome è arrivato fino a qui. Perché i miei amici a Trieste avevano iniziato a fare cartelli e striscioni con su scritto “Go Pube”. Andrea Renzi un giorno vide al computer questa scritta e ha chiesto al mio concittadino Stefano (Bossi ndr) chi fosse questo “Pube”. Stefano lo sapeva già e da lì sono stato spacciato”.

Una bella storia sull’asse Trieste-Trapani. Appunto, cosa ti ha convinto ad approdare dall’altra parte d’Italia?

“Credo che andar via da casa sia essenziale per crescere. Innanzitutto come persona, e dopo anche come giocatore. Avevo voglia di mettermi alla prova e tentare di farcela con le mie forze”.

Il rapporto privilegiato con Stefano Bossi ha influenzato un po’ la tua scelta?

“Un po’ probabilmente sì. Nel senso che conosco Stefano da una vita. Abbiamo fatto le giovanili insieme, ma spesso ci alleniamo o usciamo insieme anche d’estate. Le ottime referenze che ho ricevuto da lui su città, società e coach mi hanno rasserenato nella mia scelta di venire a Trapani. Pensavo che la presenza di Stefano mi sarebbe stata utile anche nell’inserimento nel gruppo, ma devo dire che non ce n’è stato molto bisogno perché mi trovo davvero benissimo con tutti”.

Il tuo ruolo, quello di “Under”, è notoriamente delicato. Come intendi affrontarlo?

“Ero “Under” anche l’anno scorso e so cosa vuol dire sudarsi il minutaggio. So che sarà dura, ma spero di guadagnarmi pian piano la fiducia del coach e dei compagni. La mia bravura dovrà essere quella di non abbassare mai la guardia e farmi trovare sempre pronto, perché l’occasione giusta potrebbe capitare in ogni istante”.

Grazie per il tuo tempo Emanuele. Un augurio per la stagione?

“Di aiutare la Pallacanestro Trapani e migliorare me stesso”.

Spesso la crescita di un giocatore e quella della squadra vanno di pari passo. Buon lavoro, Emanuele!

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