A tu per tu con Daniele Parente

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Ben arrivato Daniele. Che strano effetto vederti fuori dal parquet o, meglio, dentro al campo ma in una veste inconsueta, quella di allenatore del settore giovanile. Come ti senti?

“Verissimo, è una veste inconsueta ma mi sento bene. Passare dall’altra parte della barricata non è stata una decisione molto sofferta. Sono sicuro che la domenica mi mancherà il campo, ma credo anche che ogni giocatore arrivi a un punto in cui è giusto svoltare. Nella mia carriera ho sempre dato il massimo, mi sono tolto le mie soddisfazioni e soprattutto non ho rimpianti. Ciò mi ha permesso di affrontare questa decisione con grande serenità”.

Dunque nulla di legato a problemi fisici.

“Mi sento ancora abbastanza integro: certo il corpo sente il peso degli anni (sorride ndr), ma testa e muscoli erano abbastanza d’accordo che se quest’estate fosse arrivata una bella occasione, come è successo, sarebbe stato il momento giusto per mollare”.

Ad essere sinceri fa anche una sensazione particolare vedere te, avversario di mille battaglie, con una casacca granata. Che destino beffardo, un’unione compiuta a carriera conclusa.

“Non è un mistero che mia moglie sia trapanese. In più ho un bellissimo rapporto con Julio Trovato e durante una chiacchierata in amicizia, ad inizio estate, mi ha raccontato che sarebbe venuto a Trapani insieme al mitico Ciccio (l’assistente allenatore Fabrizio Canella ndr) ed altri ragazzi che conosco. Pochi minuti dopo siamo finiti a parlare di un mio possibile inserimento e non mi sembrava quasi vero. Ho immediatamente accettato: per me è un grande onore iniziare ad allenare in una piazza prestigiosa come Trapani”.

Dunque un cambio di vita radicale, anche di fase nella tua vita. Difficile da affrontare?

“Bisogna considerare una grande differenza. Io alleno dei ragazzi, degli adolescenti che sono in un momento delicato della loro crescita. Paradossalmente c’è molta più responsabilità ad allenare un Under 15 che un gruppo senior, perché devi guardare e fare attenzione a molte più cose. Fare l’allenatore è più difficile che fare il giocatore: anche stando in palestra sei ore al giorno, un atleta poi riesce a staccare la spina. Un allenatore invece sta concentrato sempre, fa tanto lavoro d’ufficio e si rilassa molto meno. Ma ero preparato e questo nuovo punto di vista mi affascina molto”.

Se dici “Daniele Parente” ad un qualsiasi trapanese appassionato di basket, il collegamento è immediato: 8 giugno 2008, Brindisi-Trapani, Parente ruba l’ultimo pallone a Davide Virgilio e manda Brindisi in Serie A. Come ricordi quell’episodio?

“Non me ne vogliano i trapanesi ma quello per me è un ricordo dolcissimo. Ho avuto la fortuna di vincere diversi campionati e non sono frasi fatte, davvero ognuno ti lascia dentro qualcosa di diverso. Mi preme però aggiungere che oggi entrambe le squadre che disputarono quella partita sono in un campionato, per così dire, di ‘Serie A’. Questo non è una caso, si tratta di due società solide dentro due città di grandissima passione e tradizione cestistica. Entrambe meritano il posto che hanno. Quella fu solo un’anticipazione di cosa sarebbe successo e nulla è un caso nello sport. Speriamo che Trapani migliori ancora”.

In campo sei sempre stato noto per le tue grandi doti difensive e per essere il classico giocatore “forte di testa”. Ti piacerebbe trasmettere ai tuoi ragazzi queste caratteristiche?

“Mentalmente mi piacerebbe avere un gruppo con attitudine difensiva, ma ancor di più avere una squadra con identità. Dei ragazzi che si aiutino, che superino le difficoltà insieme e che diventino una cosa sola. Tecnicamente ognuno avrà le sue peculiarità e sarà unico. Il mio compito è quello di aiutare i miei ragazzi e fornire loro gli strumenti adatti a scegliere la loro strada. Vorrei dare una mano a tutti a mantenere la propria indole, calandola all’interno di un gruppo, che è la cosa più importante e difficile”.

Insomma, la sfera attitudinale e mentale prima di quella tecnica. Corretto?

“Precisamente”.

Sguardo al futuro: hai più idee di settore giovanile o nutri ambizioni di prima squadra?

“Mi piacerebbe provare anche con i grandi, ma in questo momento mi sento carico e preferisco i più piccoli. Allenare i ragazzi ti mette alla prova. Non puoi dare nulla per scontato come con gli adulti. In un certo senso, ti devi ricordare cosa si prova ad avere 16 anni. Tutto questo è molto formativo e stimolante. Spero che i ragazzi dopo quest’anno abbiano ancora più voglia di giocare a pallacanestro”.

Aiutare gli altri per aiutare te stesso, in pratica.

“Esatto. Soprattutto perché i ragazzi mi aiutano a mantenermi giovane”.

Vai, Daniele. Regalerai a questi ragazzi l’esempio dello straordinario dell’ uomo e professionista che sei. Con grande nostro orgoglio, oggi parte dello staff granata.

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